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Scandroglio, Massimiliano
“Analecta Biblica” 193
2011, pp. 448
978-88-7653-193-4
disponibile solo in lingua italiana
Inserzioni redazionali di collegamento e aperture interpretative.
L’esegesi recente sui Profeti Minori si è concentrata nello studio del loro processo compositivo in quanto collezione di opere distinte e interconnesse. In sintonia con questa prospettiva di lavoro la tesi intende accostare le similitudini a livello linguistico, espressivo, strutturale e tematico fra i libri di Gioele e Amos con particolare attenzione per le sezioni introduttorie e conclusive. La dissertazione studia le predette “somiglianze” per comprovare la loro origine redazionale e comprenderne le motivazioni. Si rileva in questo modo l’esistenza di un’ampia opera di redazione, orientata alla connessione degli scritti e alla sinergia delle rispettive predicazioni. La tesi approccia poi i libri in prospettiva tematica, accertando su quali fronti di contenuto si costruisca tale sinergia. Vengono ravvisate due tematiche (il Giorno di JHWH, il rapporto Israele-nazioni), in relazione alle quali gli scritti precisamente entrano “in dialogo”. La connessione redazionale delle opere conduce così all’“integrazione” delle rispettive teologie. Il “dialogo” emergente consente in ultima istanza di evidenziare la differente attitudine di Israele in relazione alla predicazione di ciascun profeta. Mostrando le modalità antitetiche, secondo cui la libertà può disporsi di fronte al progetto di Dio, questa sezione della collezione illustra le possibilità straordinarie e terribili, insite nel libero disporsi dell’uomo.
Massimiliano Scandroglio, nato a Legnano (Milano) nel 1977, è presbitero della Arcidiocesi di Milano dal 2002. Ha conseguito il Baccellierato in Sacra Teologia nel 2001 presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (Sezione del Seminario di Milano), la Licenza in Scienze Bibliche nel 2006 e il Dottorato nel 2010 presso il Pontificio Istituto Biblico (Roma). Attualmente insegna Introduzione all’Antico Testamento ed Esegesi dell’Antico Testamento nel Seminario Arcivescovile di Milano con sede in Seveso (Monza) e in Venegono Inferiore (Varese).
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Mascilongo, Paolo
“Analecta Biblica” 192
2011, pp. 424
978-88-7653-192-7
disponibile solo in lingua italiana
Analisi narrativa dell'identità di Gesù e del cammino dei discepoli nel Vangelo secondo Marco, alla luce della “Confessione di Pietro” (Mc 8,27-30) Prefazione di Jean-Noël Aletti, SJ
{http://www.youtube.com/watch?v=IXcwbKgEhFc}
L’analisi narrativa è sempre più considerata un metodo particolarmente adatto per favorire la comprensione, semplice ma allo stesso tempo scientificamente fondata, delle dinamiche soggiacenti ai racconti evangelici. Il presente studio, dedicato al celebre episodio marciano della “confessione di Pietro” (Mc 8,27-30), si colloca in questo preciso filone di indagine, affrontando con tale metodo tanto l’episodio in sé, quanto l’intero percorso che il secondo Vangelo istituisce dal suo sorprendente incipit («Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio») fino alla decisiva domanda del Nazareno: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mc 8,29). Con metodo rigorosamente narrativo, sono state sottoposte ad indagine le due principali tematiche emergenti dall’analisi accurata dei quattro versetti della “confessione”: la ricerca e la rivelazione dell’identità di Gesù ed il complesso rapporto tra il Nazareno ed i suoi discepoli. È stato così possibile dimostrare che realmente il secondo vangelo istituisce un percorso che conduce il lettore dall’iniziale affermazione su Gesù «Cristo, Figlio di Dio» alla faticosa sequela del cammino che i vari personaggi, discepoli in testa, compiono fino al riecheggiare della stessa affermazione all’interno del racconto, con la risposta di Pietro in 8,29: «Tu sei il Cristo».
Paolo Mascilongo, nato nel 1969 e sacerdote della Diocesi di Piacenza-Bobbio dal 2001, ha difeso la dissertazione dottorale presso il Pontificio Istituto Biblico in Roma nel 2010, dopo aver conseguito nello stesso istituto la Licenza in Scienze Bibliche nel 2004. Insegna introduzione alla Sacra Scrittura presso l’Istituto teologico “Collegio Alberoni” in Piacenza e l’ISSR “S. Ilario di Poitiers” in Parma.
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Albert Vanhoye sj.
“Analecta Biblica” 191
2011, pp. 200
978-88-7653-191-0
disponibile solo in lingua italiana
Il termine charisma conserva sempre un rapporto con il suo senso etimologico “cosa data per generosità”. Nel N.T. charisma è usato esclusivamente per i doni divini. Alcuni testi adoperano il termine in senso molto generale (Rm 5,15; 6,23; 11,29), altri in contesto molto limitato (2Cor 1,11; 1Cor 12,9.28.30); altri però tendono verso un senso tecnico (Rm 12,6; 1Cor 12,4.31; 1Tm 4,14; 2Tm 1,6; 1Pt 4,10). Il tratto principale di questo senso tecnico è la diversità dei carismi: sono doni speciali, nel senso che non fanno parte delle grazie necessarie ad ogni cristiano; “non tutti” hanno tale o tale carisma. Un altro tratto, correlativo, è la distinzione tra carismi e virtù, in particolare tra carismi e carità. In un modo o l’altro, i testi esprimono una relazione stretta tra charisma e charis; i carismi sono dell’ordine della grazia; i talenti naturali non sono carismi, né le situazioni umane ordinarie (razza, condizione sociale, professione ecc.). L’origine divina dei carismi viene espressa in diversi modi: più spesso (1Cor 12,28; Rm 12,6; 2Tm 1,6; 1Pt 4,10) chi è nominato è Dio; la relazione con lo Spirito Santo, molto sottolineata in 1Cor 12,4.7-11, non è espressa in altri testi; talvolta il donatore è Cristo, in testi però che non usano charisma (Ef 4,7.11; Mc 16,20); At 2,33 ha un’espressione trinitaria. Tutti i testi considerati manifestano l’autorità apostolica riguardo all’uso dei carismi. Tutti infatti danno istruzioni in proposito. Paolo non esita a formulare esigenze molto precise e rigorose (1Cor 14,26-40). Allo stesso tempo tutti i testi manifestano una valutazione positiva dei carismi. La Chiesa non vi appare come una grande macchina amministrativa, ma come un organismo vivente, “corpo di Cristo” (1Cor 12,27; Ef 4,12), animato dallo Spirito Santo. Per assolvere correttamente qualsiasi responsabilità nella Chiesa, non basta l’abilità umana, il senso dell’organizzazione, della decisione, ma ci vuole la docilità personale allo Spirito Santo. Questa docilità porta con sé un atteggiamento positivo riguardo alle diverse manifestazioni dello Spirito. La gerarchia della Chiesa non può pretendere di avere il monopolio dei doni dello Spirito, ma deve riconoscere con gioia che tutti i fedeli ricevono doni di grazia, la cui diversità è un gran bene per la vita della Chiesa, anche se talvolta suscitano problemi.
S.Em. Rev.ma Card. Albert Vanhoye, sj., nato a Hazebrouck (FR) nel 1923, già benemerito Rettore del Pontificio Istituto Biblico (1984-1990) e Segretario della Pontificia Commissione Biblica (1990-2001).
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Renato De Zan
“Analecta Biblica” 190
2011, pp. 672
978-88-7653-190-3
disponibile solo in lingua italiana
Il “Trattato sulle offerte” del Siracide rappresenta uno dei punti più alti che il pensiero veterotestamentario ha raggiunto sul tema del culto. Una volta dimostrati i confini esatti del Trattato (SirGr 34,21–35,20) viene evidenziata la struttura di tre strofe irregolari (SirGr 34,21-31; 35,1-7.8-20). Ogni strofa è cadenzata in tre parti, diversamente distribuite in ogni singola strofa: un principio teologico (sempre dominato dal tema dell'euvdoki,a di Dio), una riflessione sapienziale e una giuridico-morale. Dall’analisi esegetica e dalla comparazione tra il testo greco e l’ebraico superstite (SirH 35,11-20) emerge che il Siracide ha voluto non solo tradurre, ma transculturare il testo del nonno, Ben Sira, nella situazione della diaspora ebraica della fine del sec. II a.C. in Egitto. Ciò ha permesso al Siracide di esprimere concetti teologici propri, assenti in Ben Sira. Nella prima strofa si tratteggia ciò che non appartiene al beneplacito divino (sacrificio proveniente dall’ingiustizia, compiuto da gente senza legge ed empia). Per antitesi, nella terza strofa viene svolta la tematica opposta: appartiene al beneplacito divino il sacrificio dell’uomo giusto, che si occupa dei più bisognosi. Nella strofa centrale si trova il tema di fondo: l’obbedienza alla legge, che sorregge l’impegno morale e il culto, fa dell’impegno morale un atto di culto (cultualizzazione dell’etica), dove offerta e offerente costituiscono un’unità inscindibile. Chi si occupa degli ultimi, infatti, è gradito a Dio come un sacrificio (SirGr 35,20; cfr Rm 12,1).
Renato De Zan, Sacerdote della diocesi di Concordia-Pordenone, ha compiuto gli studi teologici a Pordenone, Padova e Roma, conseguendo il Dottorato in Liturgia al Pontificio Istituto Liturgico. Ha studiato, inoltre, al Pontificio Istituto Biblico ed ha conseguito il Dottorato in Scienze bibliche. È docente ordinario al Pontificio Istituto Liturgico dell’Ateneo S. Anselmo di Roma ed è consultore della Congregazione del Culto e disciplina dei sacramenti.
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